Il parroco della città

«Personalmente volevo rimanere un semplice pastore di anime. Per me la politica era solo un male, talvolta necessario nella vita di un sacerdote. Viceversa, siccome essa può abbattere l'altare, pensavo che il sacerdote, prendendo una posizione ferma, fosse in grado di opporsi a movimenti politici ostili alla Chiesa che distruggevano anche la società.»

Durante i 25 anni della sua attività come parroco della città, spesso pubblicava articoli su diversi temi e considerava la stampa cattolica come uno strumento importante, perciò i suoi fedeli erano meno esposti al pericolo della disinformazione politica. Spesso alzò la voce contro la politica sociale e di proprietà del governo e contro la propaganda dei nazionalsocialisti e delle Croci Frecciate. Negli anni '30, per promuovere la difesa coordinata contro il pericolo proveniente dall'estrema destra, si incaricò di organizzare l'unità del Servizio di politica nazionale dell'Ungheria occidentale, un'organizzazione diretta da Pál Teleki, non coinvolta nella politica di partiti.

Nel 1942, dopo l'elezione di István Horthy come vice governatore, iniziò una raccolta di firme per la restaurazione della monarchia che era diventata pura formalità. Si considerò legittimista: per lui la monarchia non era un sistema istituzionale obsoleto, ma rappresentava l'insieme di tradizioni, valori religiosi e nazionali capaci di rinnovamento. Nel periodo nel quale le persecuzioni contro gli ebrei si inasprirono regolarmente si fece vedere a passeggio sottobraccio con il rabbino, che abitava vicino alla parrocchia.